
C’è una domanda che torna spesso, ma che raramente viene affrontata fino in fondo: da dove nasce la violenza?
Una donna mette al mondo un figlio, lo cresce, lo nutre, lo accompagna nei primi passi, gli insegna a parlare e a stare al mondo. È il primo spazio di cura, il primo contatto con l’amore.
Poi quel bambino diventa uomo.
E in alcune storie, quell’uomo diventa violento, a volte contro altre donne, a volte dentro la propria famiglia.
La domanda non è di chi sia la colpa.
La domanda è cosa succede nel mezzo.
Non è una madre contro un figlio. Non è una donna contro l’uomo che ha cresciuto. È qualcosa di più complesso, un sistema che si costruisce lentamente, giorno dopo giorno.
Perché un bambino non cresce solo con la madre. Cresce con quello che vede, con quello che sente, con i modelli che lo circondano. Cresce osservando come gli uomini parlano delle donne, come reagiscono alla rabbia, come gestiscono il rifiuto, come vivono il potere.
È qui che inizia a formarsi un’idea di identità.
Una madre può insegnare il rispetto e la gentilezza, ma se fuori c’è un mondo che racconta altro, quel messaggio rischia di perdersi, o di confondersi.
C’è poi un altro livello, più silenzioso, meno visibile.
Molte donne sono state educate a proteggere, a capire, a giustificare. A pensare che certi atteggiamenti passeranno, che l’amore possa sistemare tutto. Non è debolezza. È il risultato di una cultura che ha chiesto loro di tenere insieme, di sopportare, di mediare.
Ed è proprio in questo spazio che si inseriscono dinamiche più sottili, che non sempre vengono riconosciute subito. Dinamiche che possono diventare controllo, svalutazione, pressione emotiva. Forme di violenza psicologica nelle relazioni che spesso precedono quella più visibile.
Il passaggio dall’errore all’orrore non avviene in un giorno. È fatto di piccoli segnali ignorati, di frasi ripetute, di stereotipi che sembrano innocui e che invece costruiscono un’idea distorta di forza e di identità.
Se continuiamo a crescere bambini con l’idea che non devono piangere, che devono essere sempre forti, che non devono perdere, qualcosa si incrina. Se insegniamo che un “no” è un affronto, che la gelosia è amore, che controllare è proteggere, allora il problema non è una madre. È il sistema.
Quando una donna si ritrova vittima dentro una storia che ha contribuito a costruire con amore, non è un fallimento individuale. È un circolo che non si è spezzato.
Per questo la domanda non dovrebbe essere dove ha sbagliato lei, ma che tipo di uomini stiamo formando come società.
Forse bisogna iniziare prima. Parlare di educazione emotiva. Insegnare che la fragilità non è vergogna, che la rabbia si può attraversare senza distruggere, che l’amore non è possesso.
Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce anche CHORR, un progetto che prova a trasformare esperienze individuali in una voce collettiva, utilizzando l’arte come spazio di ascolto, espressione e cambiamento.
Forse bisogna anche smettere di lasciare sole le madri. Perché educare non è un lavoro individuale, è una responsabilità collettiva.
Non è una storia contro qualcuno.
È una storia che riguarda tutti.
Finché non cambiamo il modo in cui cresciamo i bambini, continueremo a chiederci dove è iniziato l’errore.
E continueremo ad arrivare troppo tardi, quando ormai non resta che raccontare l’orrore.
Tiziana Ballarini
coautrice e co ideatrice del progetto artistico e sociale CHORR, un percorso che utilizza l’arte come strumento di ascolto, espressione e trasformazione delle storie e delle voci legate ai temi sociali.


