
Le donne sono leggermente più degli uomini nella popolazione. In Italia superano il 51%, eppure questa maggioranza non si traduce automaticamente in una presenza equivalente nei luoghi decisionali. È qui che il tema dell’empowerment femminile smette di essere uno slogan e diventa una questione concreta.
Nel Parlamento le donne sono circa un terzo, nei ruoli apicali delle grandi aziende la percentuale scende ancora, e a livello globale meno di una posizione di leadership su tre è occupata da una donna. A prima vista sembra una questione di numeri. In realtà è molto di più: è una questione di struttura, di cultura e anche di accesso reale alle opportunità.
Per secoli il potere è stato costruito senza le donne. Questo peso storico non scompare in una sola generazione. Ma se guardiamo più da vicino, capiamo che il tema della parità di genere non riguarda solo le istituzioni: riguarda anche il modo in cui cresciamo.
Fin da piccole molte bambine imparano a confrontarsi, a guardare l’amica e misurarsi: chi è più bella, chi è più scelta, chi è più brava. Il valore sembra passare dall’approvazione esterna e, quando il valore dipende da quanto vengo scelta, diventa più facile vedere l’altra come una rivale.
In famiglia, spesso senza volerlo, chiediamo alle figlie di essere gentili, ordinate, disponibili, mentre ai figli concediamo più facilmente ambizione, competizione e spazio. Non è cattiveria, è un modello che si ripete e che si trasmette quasi senza accorgercene. È qui che si costruiscono le prime differenze nella percezione del proprio ruolo, anche rispetto alla futura leadership femminile.
Crescendo, questo schema può trasformarsi in una difficoltà a fare squadra. Se penso che lo spazio sia poco tenderò a difenderlo. Se penso che il successo di un’altra metta in discussione il mio farò fatica a sostenerla. In alcune situazioni, queste dinamiche non restano solo nel confronto tra donne, ma possono riflettersi anche nelle relazioni più strette, trasformandosi in qualcosa di più sottile e profondo, come la violenza psicologica nelle relazioni, di cui ho parlato nell’articolo dedicato.
Ma il punto non è dire che le donne sono il problema. Il punto è sviluppare autoconsapevolezza. Chiederci cosa abbiamo interiorizzato, domandarci se stiamo ancora giocando una partita che non abbiamo scelto noi.
L’empowerment femminile non è aggressività, non è imitare modelli maschili. È consapevolezza del proprio valore, indipendente dal confronto. Quando una donna è sicura del proprio spazio non ha bisogno di toglierlo a un’altra. E quando più donne raggiungono questa consapevolezza succede qualcosa di concreto: si crea una rete. Questo è anche il principio su cui nasce CHORR, il progetto artistico e sociale che utilizza l’arte come strumento di ascolto, espressione e trasformazione dei temi sociali.
Le reti cambiano le cose. Lo dimostrano anche i dati. Dove esistono mentoring, sostegno reciproco e politiche di inclusione, la presenza femminile cresce. Non perché le donne diventino improvvisamente più capaci, ma perché trovano accesso, continuità e possibilità di rimanere.
Non è una battaglia contro gli uomini. È un lavoro tra donne e con gli uomini, il passaggio dalla rivalità alla collaborazione, dalla competizione alla costruzione. È un cambiamento culturale prima ancora che numerico.
Il potere non nasce solo dalla forza individuale. Spesso nasce dalle connessioni, dalle alleanze, dalla capacità di sostenersi. Un filo da solo può spezzarsi. Molti fili intrecciati diventano una corda.
Da sole fili.
Insieme corda.
Forse il cambiamento non inizia nei palazzi, ma nelle famiglie, nelle scuole, nelle amicizie. Inizia quando smettiamo di misurarci solo in confronto all’altra e iniziamo a riconoscerci come parte della stessa trama.
Perché insieme non siamo semplicemente di più.
Siamo più forti.
Tiziana Ballarini
coautrice e co ideatrice del progetto artistico e sociale CHORR, un percorso che utilizza l’arte come strumento di ascolto, espressione e trasformazione delle storie e delle voci legate ai temi sociali.


