
Quando una donna viene uccisa dal compagno, lo sguardo si ferma quasi sempre lì. Sulla vittima, sull’uomo che ha ucciso, sul fatto di sangue. È giusto, necessario. Ma c’è una zona che resta ai margini, come se non avesse un nome preciso: quella dei figli.
Sono i figli che perdono la madre.
E spesso, nello stesso momento, perdono anche il padre. Perché è morto. O perché è in carcere. O perché è diventato qualcuno che non possono più chiamare così.
È quello che si può definire un doppio lutto.
Un lutto che non è uno solo, ma intrecciato, confuso. Non c’è solo l’assenza della madre, ma anche la sparizione improvvisa del padre. E insieme a loro scompare l’idea stessa di famiglia così come la conoscevano.
Non è solo dolore. È disorientamento. Crescere con una storia che pesa più di altre. È avere una biografia che nessuno sa bene come nominare.
A questi bambini non manca soltanto una persona amata. Manca un racconto semplice da dire. Non possono dire “mio padre è morto in un incidente” o “i miei genitori si sono separati”. Devono fare i conti con una verità che fa paura anche agli adulti.
E spesso imparano presto che è meglio non parlarne troppo. Che è meglio non fare domande. Che è meglio stare zitti.
Il doppio lutto non è solo affettivo. È identitario.
Perché cresce dentro una domanda difficile:
chi sono io, se vengo da questa storia?
C’è la madre, che non c’è più.
C’è il padre, che c’è ma non può esserci.
E in mezzo c’è un figlio che deve costruirsi comunque un futuro, portandosi dietro una frattura che non ha scelto.
A volte il dolore non ha spazio. Le urgenze pratiche arrivano prima: dove vivranno, con chi, cosa dirà la scuola, cosa diranno gli altri. La vita riparte per forza, mentre dentro resta qualcosa di fermo. Un lutto che non ha tempo di diventare parola.
Ed è importante ricordare che questo dolore non nasce all’improvviso. Fa parte di un processo più ampio, che spesso inizia molto prima, dentro dinamiche relazionali complesse, fatte anche di segnali invisibili, come la violenza psicologica nelle relazioni, di cui ho parlato nell’articolo dedicato.
E poi c’è la parte più difficile: tenere insieme due immagini incompatibili.
La madre come figura da amare e da rimpiangere.
Il padre come figura da cui difendersi, o da giustificare, o da cancellare.
Non è facile crescere con questa divisione interna. Non sentirsi in colpa per l’amore che resta e non chiedersi se si somiglia a chi ha fatto del male.
Il doppio lutto è anche questo: un lavoro silenzioso sulla propria origine. Un tentativo continuo di separare l’amore dalla violenza, l’identità dalla colpa, la memoria dal trauma.
Di questi figli si parla poco. Come se il dramma si esaurisse nel gesto estremo. Come se la storia finisse lì. In realtà, per loro, la storia comincia dopo. Nel tempo lungo della crescita, nei rapporti che cambiano, nei silenzi che si accumulano.
Forse dovremmo imparare a guardare anche questo. Non solo la morte, ma ciò che resta. Non solo la donna che non c’è più, ma i figli che continuano a vivere con una mancanza doppia: quella della madre e quella di un padre che non possono più riconoscere nello stesso modo.
Riconoscere il doppio lutto significa riconoscere che la violenza non finisce nell’atto. Continua nelle vite che restano, nei legami spezzati, nelle identità che devono essere ricostruite senza modelli sicuri.
Ed è proprio da qui che nasce anche CHORR, un progetto che prova a dare spazio a ciò che resta, trasformando il silenzio in parola e le esperienze individuali in una voce collettiva.
Perché il loro dolore non è un’appendice della cronaca.
È una parte centrale di quello che succede dopo.
Tiziana Ballarini
coautrice e co ideatrice del progetto artistico e sociale CHORR, un percorso che utilizza l’arte come strumento di ascolto, espressione e trasformazione delle storie e delle voci legate ai temi sociali.


