
Tra aprile e maggio ho raccolto le prime testimonianze delle donne che hanno scelto di affidare una parte della loro storia a CHORR, per l’installazione Cicatrici.
Sapevo cosa stavo andando a prendere. Almeno credevo di saperlo.
Poi ho iniziato a leggere e sono iniziate a scendere le lacrime.
Non per una storia in particolare, non per una frase soltanto. Era il peso di tutte quelle parole insieme, il pensiero che dietro ogni foglio ci fosse una donna vera e che quello che tenevo tra le mani non fosse materiale per un’installazione, ma un pezzo della sua vita.
Ed è arrivata una domanda che non mi aspettavo: sarà la mia opera all’altezza di tutto questo?
Avrei potuto scriverne allora, ma non l’ho fatto. Non ero ancora pronta. Avevo bisogno di lasciare quelle parole dove erano, senza cercare subito di trasformarle in un racconto o in una riflessione.
Poi, in questi giorni, un fatto di cronaca mi ha riportata a quei fogli e a quelle donne. La notizia di Lorena Isceri, uccisa dal suo ex compagno, mi ha fatto tornare a pensare alle testimonianze raccolte per Cicatrici e a quella domanda che avevo lasciato in sospeso.
Fino a quel momento avevo pensato a Cicatrici soprattutto come a un’opera da costruire. Avevo immaginato le lettere, i colori, lo spazio, le parole. Improvvisamente tutto questo mi sembrò secondario.
Perché quando qualcuno ti consegna il proprio dolore, anche solo attraverso un foglio, cambia il significato di quello che stai facendo. Non puoi più pensare soltanto a ciò che vuoi raccontare tu. Devi pensare a ciò che ti è stato affidato.
E forse è questa la parte dell’ascolto di cui parliamo meno.
Diciamo spesso che bisogna ascoltare le donne, raccogliere le loro storie, dare voce a chi non riesce a farsi sentire. Ma ascoltare davvero non è un gesto leggero. Significa accettare che quelle parole entrino anche dentro di te e, soprattutto, assumersi la responsabilità di quello che ne farai dopo.
Lorena Isceri è stata uccisa dal suo ex compagno. Era ancora viva quando, secondo i primi accertamenti, è stata gettata da un viadotto dell’autostrada A1. Sua madre ha raccontato che aveva paura di lui, ma che non voleva denunciarlo perché non voleva danneggiarlo.
Quella frase mi è rimasta addosso.
Aveva paura, ma non voleva danneggiarlo.
Come si arriva a preoccuparsi ancora dell’altro quando si ha paura per sé?
Non credo esista una risposta semplice e sarebbe persino presuntuoso cercarla in poche righe. Ma dentro quella contraddizione c’è qualcosa che dovremmo avere il coraggio di guardare: il senso di colpa, la cura dell’altro portata oltre il proprio limite, la difficoltà di riconoscere il pericolo quando arriva da qualcuno che abbiamo amato.
È proprio nei momenti di separazione che questa difficoltà può diventare ancora più delicata. Ne ho parlato nell’articolo “Femminicidio e separazione: perché l’ultimo incontro può essere il più pericoloso”, perché a volte quello che sembra soltanto un ultimo chiarimento può trasformarsi in un momento di rischio.
È qualcosa che ritorna anche nelle storie delle donne. Forme diverse, vite diverse, ma spesso quella difficoltà enorme a mettere sé stesse prima dell’altro.
Ed è qui che ho ripensato a Goya: «Il sonno della ragione genera mostri».
Forse i mostri non nascono improvvisamente. Crescono anche negli spazi che lasciamo vuoti, nelle parole che minimizziamo, nei comportamenti che continuiamo a chiamare amore quando amore non sono, nelle volte in cui davanti a un segnale diciamo ancora “forse”.
Proprio ieri, durante la visita alla Stanza Rosa dell’Ospedale Misericordia di Grosseto, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito la violenza sulle donne «un’emergenza di primaria importanza» e ha richiamato la necessità della prevenzione, della formazione e soprattutto dell’educazione nelle scuole.
Quelle parole mi hanno colpita perché riportano tutto a un punto essenziale: non possiamo intervenire soltanto quando la violenza è già accaduta. Dobbiamo imparare a riconoscerla prima e, ancora prima, educare al rispetto e al senso dei rapporti umani. Perché forse è proprio lì, molto prima della violenza, che qualcosa può davvero cambiare.
E allora mi sono chiesta se il compito di un’opera sia davvero quello di essere “all’altezza” di queste testimonianze.
Forse no.
Forse nessuna opera può esserlo.
Un’opera non può contenere completamente il dolore di una persona, tanto meno quello di molte donne. Non può ripararlo e non può restituire quello che è stato tolto.
Può però non tradirlo.
Può evitare di trasformarlo in spettacolo, può custodirne le parole senza appropriarsene, può creare uno spazio nel quale chi guarda non possa passare oltre con la stessa facilità con cui scorre una notizia sul telefono.
Ed è questo che ho sentito come responsabilità.
Non fare un’opera sulla violenza.
Fare un’opera che sapesse stare davanti alle storie che le erano state affidate senza coprirle con la propria voce.
Da quando ho letto quei fogli, Cicatrici per me è cambiata. Quelle testimonianze hanno modificato il modo in cui pensavo l’opera e, inevitabilmente, anche il modo in cui l’ho costruita. Ho lasciato che quelle parole entrassero nel lavoro, cercando di rispettarle senza sovrapporre la mia voce alla loro.
Perché allora ho capito una cosa che prima conoscevo soltanto in teoria: ricevere una testimonianza significa ricevere una responsabilità.
E alcune parole, una volta ascoltate, non possiamo più comportarci come se non le avessimo sentite.
Ma dentro quelle testimonianze non c’era soltanto il dolore. C’era anche chi aveva trovato la forza di raccontare, chi stava provando a ricominciare, chi, nonostante tutto, continuava a cercare un punto di luce.
Una delle donne che abbiamo incontrato ha inventato una parola per dirlo: sollucente.
Un piccolo raggio di sole che illumina una giornata nuvolosa.
Forse Cicatrici doveva riuscire a custodire anche questo. Non soltanto ciò che aveva ferito, ma quella piccola luce che, nonostante tutto, continuava a passare.
Tiziana Ballarini
Artista e co-ideatrice del progetto CHORR
Lavora su temi sociali attraverso arte, parola e partecipazione.


