
Quasi mai è davvero l’ultimo, almeno all’inizio. È solo un incontro, quello in cui si pensa di poter chiarire tutto, chiudere e spiegare meglio.
Molte donne accettano di rivederlo proprio per questo. Non per debolezza, ma perché portano dentro un senso di responsabilità che non sempre è loro. Pensano di dover spiegare, di non lasciare sospeso, di non ferire troppo, di non essere quelle che spariscono. C’è spesso un senso di colpa difficile da nominare, come se mettere un limite netto fosse già una forma di errore.
E così si accetta un ultimo incontro.
I dati raccontano una realtà che non sempre viene detta chiaramente. Una parte significativa dei femminicidi avviene proprio nelle fasi di separazione o subito dopo. È il momento in cui l’equilibrio si rompe, in cui il controllo viene meno, in cui la distanza diventa reale. Molte donne vengono uccise da partner o ex partner proprio quando cercano di chiudere la relazione.
Quel momento, che dall’esterno può sembrare un passaggio normale, in alcuni casi diventa il più pericoloso.
Eppure non sempre viene percepito così.
Perché fino a poco prima c’era una relazione, c’erano parole, abitudini, gesti condivisi. Anche quando qualcosa non funzionava, anche quando c’erano segnali, spesso si continua a pensare che basti parlare un’ultima volta, spiegare meglio, restare lucide.
C’è anche un altro elemento, più sottile. La difficoltà di accettare che l’altro possa diventare imprevedibile, che possa uscire da quello che si è conosciuto. È difficile pensare che una persona con cui si è condiviso tempo, vita, intimità, possa trasformarsi in un pericolo reale.
E così quell’ultimo incontro resta dentro una zona ambigua.
Non è più una relazione, ma non è ancora una distanza vera.
È lì che servirebbe qualcosa di diverso.
Non un incontro in un luogo isolato, non un momento gestito da sole.
È un momento che andrebbe attraversato con qualcuno accanto, non da sole.
Essere accompagnate vuol dire non essere sole in un passaggio in cui la lucidità può essere attraversata da abitudine, senso di colpa, dalla speranza che tutto si possa chiudere in modo normale.
Non sempre è possibile prevedere cosa succederà, ma qualcosa si può fare.
Il punto, forse, è smettere di pensare a quell’ultimo incontro come a qualcosa di normale, perché a volte non lo è, anche quando tutto sembra dirlo.
È proprio lì, in quel passaggio sospeso, che emergono dinamiche più sottili, difficili da vedere mentre si vivono, come la violenza psicologica, che spesso si riconosce solo dopo e di cui ho parlato in un altro articolo.
In quei momenti si portano dentro abitudini, senso di colpa, il bisogno di chiudere bene, di non lasciare qualcosa in sospeso.
E proprio per questo si resta.
A volte basta cambiare una cosa sola.
Non andarci da sole.
Questo è anche uno dei punti da cui nasce CHORR, dall’ascolto di storie reali che non possono restare solo raccontate, ma chiedono di essere guardate fino in fondo, senza semplificarle, senza allontanarle, restituendo peso a ciò che troppo spesso viene lasciato ai margini.
“Se questo articolo può servire anche a una sola donna, condividilo.”
Tiziana Ballarini
co-autrice e co-ideatrice del progetto artistico e sociale CHORR, un percorso che utilizza l’arte come strumento di ascolto, espressione e trasformazione delle storie e delle voci legate ai temi sociali.


